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ornavasso vista lago

ORNAVASSO- 30-01-2022-- A volte ci si possono anche concedere gite, per così dire, “tranquille”, che privilegiano la compagnia degli amici e il passo lento, alla portata di tutti, che permette di guardarsi attorno e di vedere la montagna con occhio critico, passando dall’entusiasmo per un bel panorama alla delusione per l’ennesimo scempio dell’homo sapiens. Sui monti di Ornavasso ci sono tanta storia e tanta bellezza.

GITA N. 59 O 24 SUI MONTI DI ORNAVASSO

NOVEMBRE 2021

Dislivello: 650 m.  Tempo: 3 h 30‘.

In sette ci troviamo in centro ad Ornavasso sotto una leggera pioggia che smentisce per l’ennesima volta le previsioni che recitavano: “alle nuvole seguirà presto il sole”. In auto saliamo fino all’ultimo tornante della strada per il Santuario del Boden, dove si trova l’ “Antica Cava”, 375. Abbiamo l’onore di essere accompagnati da una guida indigena che della Ornavasso walser conosce tutto, soprattutto la storia. L’altra guida walser del gruppo, esperto in Alta Ossola, oggi si lascerà guidare. Due eminenti soci del gruppo, atterriti dalla pioggia delle sei e trenta a Domodossola, hanno optato per la compagnia soltanto a tavola, fra qualche ora.

Sulla pista pianeggiante, con gli ombrelli aperti per ripararci dalle ultime gocce di pioggia, ci dirigiamo verso il Forte di Bara, a nord. Qualche salamandra si gode l’umidità. Pochi minuti prima di arrivarci incrociamo la Strada Cadorna, che è una meravigliosa mulattiera in perfetto stato di conservazione. Teniamo la sinistra ed iniziamo a salire lungo la perfetta, costante pendenza, tipica delle vere mulattiere.

La costruzione di questa opera ciclopica risale alla prima guerra mondiale e fu realizzata da civili, insieme a tante altre opere, in circa due anni, con le braccia come unico mezzo meccanico. E prima ancora, in sette anni, era stato costruito il tunnel del Sempione. Mi viene da pensare ai diciassette anni della galleria di Ceppo Morelli o agli anni infiniti della vergognosa galleria di Paglino lungo la vergognosa Statale 33 con i suoi eterni cantieri. Possiamo dire, a ragion veduta, che i tempi sono veramente cambiati. In peggio.

Incontriamo un piccolo monumento a tre ragazzi di vent’anni che morirono qui per la loro patria nel 1945. Troviamo anche una galleria. Attraversiamo una leggera nebbia e ne usciamo ad incontrare i primi sprazzi di sole. Dopo un’ora e mezza raggiungiamo l’Alpe La Solitudine, 835. All’Alpe Barumboda, 975, dopo un’altra mezz’ora, lasciamo la mulattiera e seguiamo verso sud una pista, lungo la quale incrociamo una piccola condotta forzata, traccia della presenza, anche qui, dell’Homo Idroelettricus.

Rapidamente arriviamo ad incrociare la strada asfaltata che sale dal Boden a Cortevecchio. Siamo a quota 1020, poco sopra l’Alpe Frasmatta, e di qui scenderemo soltanto. Ci concediamo, al sole, una tranquilla pausa. Attraversiamo Frasmatta, 973, che, come altri su questa montagna, più che un alpeggio è un paesino, con villette al posto delle baite. La guida indigena ci guida prima su percorso libero e poi su traccia e pista, attraverso boschi e prati, con scorci bellissimi sui laghi e sui Corni di Nibbio. Incontriamo una grande croce di sasso.

A quota 800 incrociamo ancora la strada che sale dal Boden. Ci teniamo a destra e, poco sotto, troviamo un grande recinto dotato di ogni confort, dove vivono cinquanta capre, come ci racconta il pastore. Torniamo per l’ultima volta sulla strada all’Alpe Ronch, 730, in corrispondenza di un’area dove si apprezza l’enorme lavoro di chi ci abita: assomiglia al giardino di un villaggio vacanze. Insieme all’altro autista mi porto avanti, sempre lungo la strada, passando da Casalecchio II, per recuperare le auto (un’ora e un quarto) e risalire alla Trattoria del Boden, dove un ottimo pranzo conclude in bellezza la giornata.

 Gianpaolo Fabbri

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